Il Crocifisso di Giotto

Il Crocifisso di GiottoLa critica ha ormai acquisito l’attribuzione a Giotto ed alla sua bottega della grande Croce conservata nel Tempio malatestiano a Rimini, dipinta a tempera e oro su tavola, che è collocata tra l’esperienza del cantiere assisiate e i capolavori padovani e per la quale è possibile accettare una datazione intorno al 1300 ca. Quest’opera è divenuta un modello per il nostro territorio, tanto da influenzare le analoghe realizzazioni presenti, in diversa misura, ancora oggi in un ambito che supera gli stessi limiti regionali ed ha stimolato il sorgere di una esperienza artistica felicissima, denominata Scuola del Trecento Riminese, i cui protagonisti si possono collocare addirittura in una bottega a gestione familiare, che ha saputo rielaborare in modo originale influenze tradizionali e nuove sollecitazioni che provenivano, attraverso le vie non solo mercantili, dall’altra sponda dell’Adriatico e dall’Oriente bizantino, oltre che dalle più feconde esperienze toscane.

Il Crocifisso di Giotto presenta una indiscutibile novità non solo per l’evidente evoluzione di un realismo anatomico e narrativo che diventerà peculiare nell’arte occidentale, segnandone i futuri sviluppi, ma anche per la capacità, di cui Giotto più di altri diviene l’interprete, di svolgere il modello del Cristus patiens di derivazione bizantina in termini quasi didattici, rielaborandone i contenuti per un pubblico non solo colto, di mercanti e artigiani che della città sono ormai il cuore e l’abito.

Negli affreschi di cui le chiese francescane si rivestono, così come poi faranno altri ordini mendicanti, compare un accento nuovo. Prepotentemente l’umano si affaccia dalle storie narrate sulle volte e sulle pareti degli edifici di culto, così come vivi divengono l’ambiente e l’architettura della città, che ne costituiscono solo apparentemente lo sfondo. La Croce ed il Cristo che la abita sono il fulcro di queste rappresentazioni: per lo stesso Francesco il crocifisso traduceva l’umanità dolente del Salvatore e nel medesimo tempo la sua Gloria. Diversamente dalla tipologia del Cristo glorioso e trionfante della tradizione precedente, che sulla croce siede come in trono, il Cristo di Giotto, nell’esempio conservato nel Tempio malatestiano, sottolinea la propria signoria in altro modo: qui i segni distintivi della regalità divengono l’aureola cruciforme, la cui origine si fa risalire ai conii monetali romani per indicare l’autorità trascendente del personaggio rappresentato; o il tappeto, decorato di segni allusivi del simbolo cruciforme, che potrebbero derivare, come alcuni studi propongono, dalla tradizione armeno-cristiana piuttosto che da quella normalmente attestata di area turca. Il tappeto rimanda a molteplici significati di tipo regale e liturgico: basterebbe ricordare a questo proposito l’enigmatico e affascinante quadro di Holbein Gli Ambasciatori. Il velo che separava l’area più sacra del Tempio di Gerusalemme è senz’altro un rimando simbolico a cui pure l’esegesi patristica aveva dato un fondamento, interpretando lo squarcio del velo del Tempio, in coincidenza della morte del Cristo, come segno dell’inizio di una nuova storia, e come porta aperta tra visibile e invisibile. Più ancora, il tappeto allude all’altare, che spesso rivestiva anche come antependium, richiamando, nel simbolo eucaristico che gli appartiene, il sacrificio espiatorio della croce. D’altra parte, non è errato mettere in relazione, in questo contesto di sottili rimandi e intersezioni simboliche che la catechesi e la devozione alimentavano, il significato del panneggio che circonda i lombi del Cristo con il lenzuolo sindonico, e per altri versi con il rito battesimale, di cui rimane traccia nel cerimoniale della corte bizantina. Nella descrizione giottesca anche la compostezza delle membra di Gesù sulla croce ne attesta la nobiltà trascendente, ed è bastato far derivare l’inclinazione del corpo del Cristo, rispetto all’arco ancora bizantineggiante di Cimabue, dalla posizione delle ginocchia leggermente piegate a destra per vedere gravare tridimensionalmente il corpo e aumentarne la veridicità anatomica. E se il supporto ligneo richiama la croce, nel suo significato di perimetrazione dello spazio in tutte le quattro direzioni, allusivo del potere cosmico a cui Cristo viene innalzato, e su cui la letteratura paolina più volte ha insistito, non va dimenticato un ultimo importante significato fisiologicamente contraddittorio con l’esito del supplizio e la certificazione protocollare del colpo di lancia, e cioè il fiotto di sangue che da esso sgorga. La letteratura dei Padri aveva ormai acquisito, interpretando il testo giovanneo, i significati a cui quest’ultimo segno alludeva: il parto e dunque la nuova nascita spirituale a cui il Battesimo introduce. Questo segno dell’antica codificazione teologica e simbolica sarà l’ultimo ad essere convertito secondo natura, e tuttavia qui rimane ancora a richiamare con forza paradossale un altro e più definitivo varco a cui esso rimanda come speranza e fede certa.



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