Il Tempio Malatestiano

Il Tempio MalatestianoIl Tempio Malatestiano, Basilica Cattedrale della Diocesi di Rimini, rappresenta una delle testimonianze artistiche più significative del primo Rinascimento italiano, in cui l’ampia e ricca tradizione dei saperi classici, attraverso la luce della Sapienza cristiana, viene elavata a lode e sostegno della fede, in un percorso che ha, nell’articolazione spaziale ed iconografica del Tempio, la sua più eclatante rappresentazione. Ma è anche declinazione evidente di un “umanesimo cristiano” in cui l’uomo può riscoprirsi non quale protagonista assoluto del proprio destino, ma quale centro ideale di quella ricca “attività ordinatrice” che testimonia costantemente l’azione creatrice della Divina Sapienza, di cui l’uomo, biblicamente, ne è l’immagine più fedele.

Proprio in questa duplice prospettiva va letto questo straordinario monumento, edificato per volontà di Sigismondo Pandolfo Malatesta, signore di Rimini, trasformando la preesistente e più modesta chiesa francescana (dedicata a San Francesco) per la quale Giotto aveva realizzato il crocifisso attualmente collocato nell’abside.

A partire dal 1447, Sigismondo Pandolfo Malatesta dà avvio alla realizzazione di un primo programma di trasformazione della preesistente chiesa, che consiste, di fatto, nella realizzazione di due nuove cappella nella parte destra della navata, con interposta sagrestia quale custodia di reliquie: la prima, dedicata a San Sigismondo, che di fatto dovrebbe ospitare il suo monumento funerario; la seconda, dedicata a San Michele Arcangelo, finalizzata ad ospitare le spoglie della futura moglie Isotta degli Atti. I lavori di questo primo programma edificatorio si protraggono, a rilento, fino al 1452 (anno di consacrazione della stessa cappella dedicata a San Sigismondo). Ma il rallentamento dei lavori, alla cui direzione si trova il veronese Matteo de’ Pasti, di fatto testimonia un più ampio ripensamento dell’intero programma edificatorio, che sempre più risulta interessare la riorganizzazione dell’intera chiesa. È proprio in questi anni che vengono coinvolti artisti quali Agostino di Duccio e Piero della Francesca a motivo della realizzazione sia di un nuovo apparato decorativo-scultoreo accompagnato da affreschi parietali, mentre umanisti tra i quali Roberto Valturio e Basinio da Parma partecipano alla definizione di un più accurato programma iconografico. Ma, sopratutto, è con il coinvolgimento dell’architetto Leon Battista Alberti, in qualità di vero e proprio “consulente umanistico”, che l’ex chiesa francescana ritrova una più alta e rinnovata connotazione identitaria, proprio a partire dal recupero di un linguaggio classico – quello dell’architettura greco-romana – assunto quale espressione di una bellezza diversamente declinata in “ordine”, per una più ampia “significazione” teologico-spaziale. Un “ordine” progettuale che investe la collocazione urbana del manufatto, caratterizzata dall’evidenza piena del Tempio mediante sia l’antistante “vuoto” del sagrato, che la sua relativa “sopraelevazione visiva” attuata attraverso la realizzazione di un solido basamento fondativo; un “ordine” che investe pienamente l’articolazione esterna dell’edificio che, quale “involucro” architettonico, da una parte scandisce ritmicamente la facciata (ora “trasfigurata” in Tempio dall’ampio portale, che, riferendosi compositivamente all’esistente arco di Augusto, recupera il concetto teologico di Cristo porta [Giovanni 10,9]), dall’altra configura i prospetti laterali quali sequenze di poderose arcate, atte ad ospitare la memoria di uomini illustri, contraddistintisi per sapienza e virtù; un “ordine” che investe l’architettura della navata e la distribuzione della luce al suo interno, in cui la sequenza ritmica della diverse cappelle denota un forte asse prospettico che doveva concludersi in una grande cupola (mai realizzata), catalizzatrice proprio della luce quale metafora della presenza divina; un “ordine” di natura filosofica, là dove la nuova chiesa, sempre nelle intenzioni dell’Alberti, avrebbe dovuto riportare massime filosofiche e bibliche edificanti, e di cui il motto di Qoelet, “Tempus loquendi et tempus tacendi”, che a più riprese ricorre, ne rimane testimoninaza significativa; e, ancora, per concludere, un “ordine” di natura liturgica, in cui – come sottolinea ancora l’Alberti nel De re aedificatoria, il trattato di architettura che proprio in quegli stessi anni va elaborando – la presenza dell’altare in fondo alla navata avrebbe accentuato tutta l’importanza dell’unicità del sacrificio eucaristico quale evento di salvezza.

In questa articolato progetto di senso, in cui la bellezza si configura come molteplicità di ordini ricomposti in armonica unità, prende forma quello che è un percorso interno da leggersi quale vero e proprio itinerario dell’anima verso la luce, là dove punto culminante doveva essere proprio la cupola albertiana, pensata sul modello di quella del Pantheon a Roma.

Leggi la SCHEDA COMPLETA (in pdf).



I commenti sono chiusi.

Per informazioni e prenotazioni

Uffici di informazione turistica di Rimini
tel. 0541 53399
email: mirabilia@lafabbricadeltempio.it