La Chiesa di Sant’Agostino

Chiesa di Sant'AgostinoIl raffinato scrigno settecentesco della Chiesa di San Giovanni Evangelista racchiude una delle testimonianze più suggestive ed eloquenti della Scuola Riminese del Trecento, riscoperta dopo il terremoto del 1916. L’edifico sacro è meglio conosciuto come “Sant’Agostino” per la regola, ispirata al Doctor Gratiae e, fin dal 1256, imposta da papa Alessandro IV a numerosi e disomogenei gruppi di eremiti italiani, tra cui alcuni riminesi che già si richiamavano al magistero agostiniano. Il già esistente San Giovanni fu destinato quale luogo di culto agli anacoreti di Rimini che, tolti ai loro romitaggi, furono impiegati, similmente ai Domenicani e ai Francescani, all’apostolato cittadino, cioè alle opere di carità, insegnamento e predicazione. Quando nel 1308 un violento terremoto colpì Rimini, erano già state eseguite da Giovanni le pitture della Cappella della Vergine: si tratta delle Storie di Maria, svolte con un interesse finissimo, non solo per la prima cultura giottesca ma anche per le presenze di artisti romani in Assisi; in realtà le strutture sottili e classicheggianti, le figure allungate, i panneggi severi e solenni ci spingono a raffronti con i maestri scultori pisani e con gli affreschi Serbi del Duecento, forse non ignoti neppure ai pittori italiani del tempo di Pietro Cavallini, e di Giotto. La lacunosa Dormitio Virginis, la lieve Presentazione di Cristo al Tempio, confessano questa rinascita dell’interesse per l’antico, sorta spontaneamente dall’evoluzione dell’arte gotica e bizantina.

È, invece, in corrispondenza del Capitolo generale di Rimini del 1318, che sono stati probabilmente realizzati i cicli pittorici dell’abside. Il racconto vivace della vita dell’Evangelista è raffigurato sull’ordine superiore delle pareti laterali, sovrastando le scene solenni della vita di sant’Agostino.

Gli affreschi, erano introdotti dalla grande croce dipinta qui custodita e un tempo infissa sul tramezzo dell’iconostasi, a destare grande interesse. Il monumentale Cristo in trono che galleggia su un cielo azzurro appena segnato dalle nubi è posto in Deesis tra san Giovanni Evangelista, che lo indica come il Verbo, e san Giovanni Battista, che nel cartiglio lo definisce Agnus Dei. Egli è quindi contemporaneamente la Parola di Dio e l’Agnello sacrificale, la Scrittura e il pane celeste. Sotto di loro la Madre di Dio in Maestà indica anch’essa, nei modi dell’Hodigitria bizantina il Cristo infante, come Verbo infinito circoscritto in un’umile fragile, creatura; infine, al fondo il Noli me tangere sta a rivelare l’ordine sovrannaturale a cui appartiene il corpo risorto del Salvatore. Questa “colonna” d’immagini è sovrastata dal possente braccio benedicente del Cristo: il libro aperto riporta, seppur in modo lacunoso, la scritta «Humiliate vos ad benedictionem», l’invito rituale del diacono, che, trovandosi a cornu epistulae proprio dalla parte del volume dipinto, precede le solenni formule benedicenti con cui i celebranti congedano l’assemblea dei fedeli, sottolineando il ruolo sacerdotale e pontificale del Redentore. Il Salvatore in trono riminese è una rarità iconografica in cui culmina l’immensa liturgia dell’Agnello eterno e a cui ci aveva introdotto l’Agnus sacrificato sulla croce, la suprema umiliazione del Verbo che è al Principio e che tornerà nell’ultimo giorno.



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