L’affresco di Piero della Francesca

Affresco di Piero della FrancescaNell’ultima cappella a destra del Tempio – appartenente alla sezione settecentesca dell’edificio e ricostruita dopo i bombardamenti del 1943 – è stato recentemente posizionato il grande affresco che Piero della Francesca (1415-20 ca.-1492) realizzò nel 1451, nella e per la «Cella delle Reliquie». Si tratta di Sigismondo Pandolfo Malatesta in preghiera davanti a San Sigismondo: uno dei rari punti di riferimento cronologico per l’opera di Piero, in quanto reca sulla cornice in basso l’epigrafe «SANCTUS SIGISMUNDUS. SIGISMUNDUS PANDULFUS MALATESTA. PAN. F. PETRI DE BURGO OPUS. MCCCCLI», ossia, parafrasando, «San Sigismondo. Sigismondo Pandolfo Malatesta, figlio di Pandolfo. Opera di Piero di Borgo [San Sepolcro]. 1451». Il quadro è molto deperito, a causa delle diverse traversie subite, ma soprattutto per le parti (non poche) dipinte a secco e quindi inon durature. In tempo di guerra fu staccato, rivelando l’arriccio a tutt’oggi custodita nella «Cella». Mai un dipinto pierfrancescano si è rivelato così prepotentemente commisto di elementi sacri e profani, religiosi e politici, tanto che l’intento auto-celebrativo del Signore di Rimini traspare con chiarezza dietro quello devoto. Il Santo, come nell’effigie scolpita di cui s’è detto sopra, è seduto in trono – posto su un alto podio nella parte sinistra del dipinto – e regge, con la mano sinistra, la sfera del dominio regale sul mondo ma, in più, con la destra, impugna uno scettro. Il suo aspetto rivela non poche corrispondenze con il Re Salomone, raffigurato da Piero negli affreschi di San Francesco ad Arezzo. Tuttavia, il volto e il copricapo del svelano la sua identità con un terzo Sigismondo, l’imperatore di Lussemburgo così com’è ritratto dal Pisanello (ca. 1355-1455): si tratta del sovrano che, ricevuta la corona imperiale da papa Eugenio IV il 31 maggio del 1433, di ritorno da Roma, si fermò a Rimini il 3 settembre per fare cavaliere il Malatesta allora quindicenne. Quest’ultimo è inginocchiato all’interno di un’aula luminosa che ricorda l’eleganza di quelle romane, decorate da marmi preziosi, capitelli corinzi e ricchi festoni, ma che è soprattutto un riferimento diretto alla solennità architettonica del Tempio e al suo apparato ornamentale. Sigismondo in preghiera se, da una parte, rammenta il devoto del San Girolamo delle Gallerie veneziane dell’Accademia o lo storico avversario del Riminese – Federico, duca di Urbino – nella Pala Montefeltro della Pinacoteca di Brera, dall’altra è, a differenza di questi, il vero protagonista del dipinto. Posto – egli e non il Santo – quasi al centro dell’opera, in un atto religioso che intende suggerire però un’investitura militare e nobiliare, mostra un profilo che, accentuando gli aspetti volitivi del volto, non implica solo il movimento spirituale verso l’oggetto della preghiera, ma anche un’assonanza ‘numismatica’ con i profili degli imperatori che battevano moneta. Si pensi solo al ricco medagliere sigismondeo realizzato da Pisanello e da Matteo de’ Pasti o alle effigi scolpite dalla bottega di Agostino di Duccio. Il volto di Sigismondo è un indice puntato, un gesto di comando che esprime tutta la sua autorità guerriera e politica.
Non a caso, alla nostra destra, una finestra ad oblò – che rammenta i clipei dell’Arco d’Augusto, più volte citati nella facciata del Tempio – ci mostra Castel Sismondo. Sulla cornice del tondo è dipinta l’iscrizione «CASTELLUM SISMONDUM ARIMINENSE MCCCCXLVI», e cioè «Castel Sismondo di Rimini 1446», anno del suo compimento. L’ovvia intenzione è quella di ricordare l’inespugnabile palazzo-fortezza del Signore riminese. Sotto il tondo, sono accovacciati due cani levrieri, uno bianco, con le orecchie abbassate, rivolto verso Sigismondo, l’altro nero, con le orecchie alzate e la testa in linea col diametro verticale dell’oblò, rivolto verso la cornice. Quest’ultima raffigurazione, oltre a ricordare la documentatissima passione del Malatesta per questo tipo di cani (giustificata e nobilitata da una ricca letteratura classica e umanistica) e oltre ad essere, con la sua severa geometria, un’inconfondibile testimonianza formale dello stile di Piero, mantiene tutto il sapore di un emblema araldico. Simbolo della fedeltà al Signore e alla città, i cani restano sereni di giorno (bianco) e attenti di notte (nero). La volontà di sottolineare il ruolo militare e politico di Sigismondo, s’inserisce, tuttavia, in una cultura gotica e umanistica che intende il governo e l’arte della guerra, ma soprattutto il cavalierato, come doveri religiosi, pii, autenticamente cristiani. E anche in questo caso non è opportuno cedere a fantasiose interpretazioni neo-pagane dell’affresco.
La composizione di Piero risente fortemente dell’incontro intellettuale con Leon Battista Alberti, tanto che gli elementi architettonici raffigurati sono un esplicito omaggio alle scelte formali adottate dal grande umanista per l’esterno del Tempio. Anche la vasta riquadratura rettangolare del dipinto segue una delle fondamentali regole che si ritrovano nel trattato dell’Alberti, il De pictura (1436).



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